MARCO DAMILANO HA PRESENTATO IL SUO LIBRO SU ALDO MORO ALL’UNIFORTUNATO DI BENEVENTO. PRESENTE IL NOSTRO LICEO DELLE SCIENZE UMANE

Un momento formativo di grande spessore quello offerto dall’Unifortunato di Benevento nella mattinata del 14 maggio 2018, cui hanno partecipato anche alcune studentesse della 4 C Scienze Umane, con la docente di Scienze Umane Lucia Gangale. “Un atomo di verità” è il libro che è stato presentato dall’autore, Marco Damilano, direttore del settimanale “L’Espresso” nell’Aula Magna dell’Università. Ha coordinato il giornalista Alfredo Salzano. Ha aperto i lavori il saluto del presidente del CdA dell’Unifortunato, Giovanni Locatelli. La prima relazione è stata affidata al prof. Angelo Scala, il quale ha ricordato l’umiltà, la lungimiranza e la grande dignità che Aldo Moro ha conservato sempre, anche durante la terribile prigionia durata 55 giorni dopo l’agguato delle Brigate Rosse in Via Fani a Roma, il 16 marzo 1978. La morte di Moro, ha detto Scala, ha segnato la fine della politica intesa come sogno e realizzazione, per passare alla politica intesa come modo di far carriera. Il tramonto della politica popolare, per passare al populismo. Ha ricordato che Moro tenne il suo ultimo discorso pubblico proprio nella città di Benevento.

Isaia Sales, uno dei più grandi studiosi delle mafie in Italia, ha definito il libro di Damilano “bellissimo”, “riuscito e potente”, ricordando, con Pennac, che la qualità di un libro si testa già dalle prime trenta pagine. “Ci sono libri che dopo trenta pagine posi e libri potenti”. Per scrivere la storia, ha aggiunto Sales, bisogna essere “anche un po’ faziosi”, perché “se scrivi con distacco non cogli neppure l’umanità di certe situazioni”. Di Moro si è scritto moltissimo, “ma questo è un libro che rimarrà, perché mette le emozioni sulla base storica”. Ed è la storia di un vinto. “Moro è un vinto che fa la storia, perché non è vero, e guai a crederlo, che la storia la facciano solo i vincitori. Bisogna ammettere che tutti gli obiettivi di chi ha rapito Moro sono stati raggiunti”. Sales ha tratteggiato il ritratto di Moro, “rivoluzionario mite, alternativo sia alla DC che al PCI”, inviso sia all’America che alla Russia. Un uomo che poneva le persone al di sopra dello Stato, in un momento storico in cui, al contrario, era necessario dimostrare che lo Stato era al di sopra delle persone. Moro aveva cercato di fare un’operazione di allargamento della base dello Stato italiano, questa fragile costruzione che era nata fragile nel 1861. Ma ben tre quarti del suo partito non era d’accordo con lui. “E Moro ha pagato, perché voleva superare la contrapposizione tra destra e sinistra”. Da un lato la necessità di allargare la base. Dall’altro lo “statalismo amorale” che produce clientelismo e arrivismo. E in mezzo la grande figura di Moro, dal “carisma dolce”. Dalla capacità di ascoltare anche chi lo contestava, con un atteggiamento diametralmente opposto a quello di Pasolini e del PCI. L’uomo che aveva capito che il fascismo aveva attecchito proprio per la fragilità della costruzione statale italiana.

Ha concluso l’autore, Marco Damilano, che ha ricordato le sue origini irpine, per parte materna, e si è detto felice di “vedere un’aula piena di giovani per parlare di una vicenda di 40 anni fa”. Ha detto che il libro prende l’avvio dalla memoria personale, di quando lui era un bambino che prendeva il pullmino della scuola elementare proprio nell’angolo della strada in cui, dietro una siepe, la mattina del 16 marzo 1978, si erano appostati i killer di Aldo Moro. Seguì la prigionia e l’assassino. “Da quel giorno diventammo grandi”. Damilano ha detto che la politica, oggi, vive nell’illusione dell’onnipotenza, mentre Moro era un uomo dotato del senso del limite. Moro diceva che “l’Italia è il Paese della passione forte ma dalle strutture fragili”. L’autore ha poi ripercorso brevemente la biografia dello statista italiano, nato in Salento, figlio di una maestra e di un dirigente scolastico, laureato in Legge a Bari. Un assoluto outsider, che scala tutte le tappe della carriera politica, divenendo l’uomo politico più rappresentativo del suo tempo. “Oggi – ha aggiunto Damilano – la Costituzione Italiana è permeata della cultura di Aldo Moro: la democrazia riconosce i diritti delle persone, non li crea, perché essi preesistono allo Stato. Le istituzioni sono messe al servizio di questo riconoscimento”. Moro era un nemico della pena di morte e dell’ergastolo, perché per lui la pena doveva essere rieducativa e socializzante. Grande conoscitore della politica internazionale, ha agito in un periodo storico caratterizzato da limitate libertà in vari Stati. Nei suoi 55 giorni di prigionia lo Stato italiano non è riuscito a trattare con i brigatisti.

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ALTERNANZA AL MUNICIPIO DI GUARDIA SANFRAMONDI

Lo scorso 2 maggio 2018 le alunne della classe 3C Liceo Scienze Umane, si sono recate al comune di Guardia Sanframondi per svolgere alcune delle ore di alternanza scuola lavoro. Arrivate al comune è stato loro presentato l’organigramma del comune, con a capo il sindaco con la giunta comunale, quindi il segretario generale con l’organo di revisione e il nucleo di valutazione, e poi i vari uffici e servizi: amministrativo, economico finanziario, servizio tecnico manutentivo e servizio vigilanza. Le allieve hanno visitato i vari uffici, a partire da quello dell’anagrafe in cui hanno visionato tutti i registri dal 1809, perché i precedenti sono stati persi a causa di un incendio di cui Guardia è stata vittima.

Giada Di SantoLa classe 3 C Scienze Umane con l’assessore Morena Di Lonardo

UNA SOCIETA’ SEMPRE PIU’ VIOLENTA. DI CHI E’ LA COLPA?

(Clarissa Di Donato) – La questione del bullismo è molto ampia, un malessere sociale tanto diffuso tra i giovani, ma non solo. È un fenomeno che sembra aumentare sempre di più e che utilizza, man mano che si va avanti, tecniche sempre più violente, con l’intento di demolire l’individuo, non soltanto dal punto di vista psicologico ma anche attraverso sopruso fisico, con esiti molto spesso anche letali.

Ma a chi va attribuita la colpa di tutto questo?

In una società ormai incentrata sulla ricerca di piacere, benessere e profitto, tutto si basa sul dominio da parte di un individuo sugli altri, sulla voglia di imporre le proprie idee sul più debole, con lo scopo di controllarlo ed eliminando in tal modo, i sentimenti di solidarietà e altruismo, che vengono sostituiti dall’ignoranza e dall’indifferenza, oltre ovviamente che da una grande componente egoistica.

I ragazzi, le generazioni odierne, sono lo specchio della società ed evidenziano, con tutto ciò, quello che c’è nelle fondamenta dell’intero sistema, ossia l’affermazione di una società che utilizza il non interessamento alle diverse opinioni per ottenere i propri interessi, partendo dai cittadini stessi, visti come la categoria debole da poter giostrare e illudere. Questo comportamento di sopraffazione diventa così automaticamente di tutti e viene visto come un qualcosa di normale e usuale.

Ovviamente il bullismo è da attribuire anche alla componente familiare, quindi i genitori stessi con l’educazione impartita ai propri figli devono sapere eliminare il concetto che la società diffonde (il predominio sugli altri) e saper invece instaurare un processo educativo finalizzato al ripristino dei valori importanti, utili per la convivenza con più individui e alla base di tutte le efficienti società.

È infatti vero che i bambini, in ambiente familiare violento, hanno maggiori probabilità di interiorizzare tali schemi di comportamento e di non riconoscere le emozioni.
Cosa può quindi ristabilire un equilibrio tra i diversi individui e dare ad essi le vere basi per il giusto comportamento morale, nei confronti degli altri?

Sicuramente c’è bisogno di una ristrutturazione del sistema scolastico, in stretto accordo con la famiglia, quindi una collaborazione tra i due enti, fondamentali per lo sviluppo della persona. Inoltre c’è bisogno di una campagna di informazione e prevenzione del fenomeno; bisogna infatti spiegare ed illuminare le menti su questa piaga sociale e istruirli in modo tale da avere la consapevolezza piena di ciò che significa l’essere prevaricatore sugli altri e le successive conseguenze che pervengono, così da tentare di esorcizzare l’intera società da questo atteggiamento che comporta la decadenza persino dei diritti inviolabili dell’uomo, quali appunto la tutela della collettività e il diritto alla vita e all’integrità sociale, diritti che si trovano alla base di un governo di stampo democratico.

“LIBERA CONTRO LE MAFIE”, GIORNATA DI STUDI AL CASTELLO DUCALE DI GUARDIA SANFRAMONDI

Nella giornata del 21 marzo 2018, l’intero istituto Galilei Vetrone di Guardia Sanframondi, ha dato spazio ad una giornata all’insegna della legalità, attraverso una conferenza tenutasi presso il punto centrale del paese, il Castello.
Il tema principale ha riguardato l’attività mafiosa, tra nascita, rapporti sociali ed aspetti negativi e dannosi.
L’illustrazione iniziale dell’argomento è stata svolta da ragazze dell’istituto, quali Angela Del Vecchio, Viviana Mancini, Angela Baldino e Giustina Labagnara, che attraverso l’utilizzo di un power point, elaborato da loro stesse, hanno mostrato in maniera lineare tutto il processo di sviluppo mafioso, con le differenze tra la mafia nel periodo feudale e nella contemporaneità.
Le ragazze centrando a pieno la tematica hanno lasciato estasiato l’ospite, nonché sociologo Ercole Parini, il quale le ha invitate ad  esporre l’argomento anche nella propria Università in Calabria.
Dopo la completa illustrazione del fenomeno mafioso, la parola è stata data al sociologo, il quale con forte emotività ha espresso il proprio pensiero, sostenendo l’idea che, come egli stesso disse, “un uomo, definito d’onore, nella mafia, corrisponde ad un uomo vigliacco”, in quanto non rispetta le libertà individuali e le facoltà che si assumono e che entrano in possesso nel momento della nascita, sottoponendo tutti sotto il proprio dominio, marcando il territorio che gli appartiene e delineando autonomamente dei confini territoriali, nei quali chi ci vive è tenuto a rispettarne le regole imposte.
Si parla di una struttura in cui il potere è posto all’apice di una piramide gerarchica, molto vasta. Essa comprende nella parte bassa le persone che decidono di arrendersi alle condizioni imposte loro, come i commercianti, i quali intraprendono addirittura affari con organizzazioni mafiose, al fine di tutelare la propria attività produttiva e ovviamente la propria persona.
Alla vertice, il potere è concentrato nelle mani di un capo, denominato boss, eletto dalla famiglia (organizzazione di elementi criminali, affini tra loro, i quali hanno pronunciato un giuramento di fedeltà per poter entrare), dopodiché troviamo il viceboss, l’equivalente di un intermediario, e infine i “soldati” o anche “uomini d’onore”, i quali sono incaricati di svolgere attività impartite, dagli omicidi, al traffico di droga, fino alle operazione di usura e riscossione dei soldi.
Il sociologo Parini ha dimostrato di avere molta familiarità con questa tematica, grazie agli studi da lui condotti su queste forme di potere e comando mafioso e con la paura di un sistema incentrato sulla politica del terrore.
Egli descrive tutto ciò nel suo libro intitolato “Mafia, politica e società civile”, frutto di una lunga indagine sociale condotta in due paesi calabresi, dove ormai questa piaga sociale si è ramificata ed è tutt’oggi attiva.
L’utilità di questa conferenza tenutasi è fondamentale per le generazioni future e odierne poiché crea un rapporto critico col fenomeno attraverso l’informazione e cerca di debellare questo sistema che sembra però impossibile da dominare).

Clarissa Di Donato

GIORNATE FAI DI PRIMAVERA A GUARDIA SANFRAMONDI. COME CICERONI I NOSTRI STUDENTI

Sapevate che Guardia Sanframondi ospita una nutrita comunità di anglosassoni, molti dei quali sono artisti che si sono fatti affascinare dal luogo? Questo weekend vi porteremo anche a scoprire le loro botteghe che popolano il belvedere sulla Valle Telesina!